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venerdì 28 aprile 2017

Dharma Storm-Not An Abyss Prey

Artista : Dharma Storm
Disco : Not An Abyss Prey
Genere : Symphonic/Folk/Heavy/Thrash Metal
Durata : 1h4'
Tracce:  10
Anno: 2017 

Etichetta:nessuna


Voto: 8

Recensionea cura di: Claudio Causio

Era il lontano 2009 quando un pugno di ragazzi di Ladispoli, nella periferia romana, decideva di voler intraprendere una carriera musicale insieme. Partiti dal nulla, i Dharma Storm consolidano la loro formazione nel 2011. Da allora, una continua scalata verso i più importanti palchi della scena metal italiana, fin quando, nel gennaio del 2017 finalmente riescono a vedere pubblicato il prodotto di tante fatiche, di avventure e di imprevisti.
"Not An Abyss Prey" è il disco d'esordio della giovane band romana, contenente quei brani scritti sin dai primi anni di vita del gruppo ad oggi. È un album ben costruito, dimostrazione di una buona capacità di composizione e produzione del proprio materiale da parte dei nostri, che sanno ben muoversi tra brani più "catchy", come il loro cavallo di battaglia Blackout, e altri più complessi, come per esempio la lunga strumentale Live Together Die Alone. Ma entriamo subito nel merito del disco.
In apertura troviamo Immortal Crew, brano storico del gruppo, introdotto da atmosfere marine e tempestose, mentre la tastiera di Bois simula delle incalzanti orchestrazioni. Dopo una prima parte, composta da strofe e ritornelli ispirati ad un metal più classico, giunge un intermezzo in stile piratesco volto a far ballare il pubblico come su un veliero nell'oceano, mentre accompagnano grida di una ciurma festante. Chiude una parte strumentale, che riprende il tema della parte cantata. Sicuramente un brano portante del repertorio dei Dharma Storm. Segue Night of The Burning Skull. Anche qui è Bois ad introdurre, questa volta con un organo, che mantiene l'atmosfera da veliero pirata, ma portandola su toni più cupi. L'organo accompagnerà l'intero brano, ad esclusione del bellissimo solo di chitarra di Harry e dell'accantivante intermezzo a seguire, che come in Immortal Crew, è volto a coinvolgere l'ascoltatore - o il pubblico in sala -  stavolta non per ballare ma per cantare.
Questa sarà una costante della produzione firmata Dharma Storm.
Giunge quindi il momento del pezzo forte: Blackout, cavallo di battaglia della compagine di Ladispoli e brano scelto per il loro primo video. Introdotta da un lento pianoforte, segue in realtà un ritmo più veloce e aggressivo, fino al coinvolgente ritornello, nel quale la band invita ad aprire gli occhi e riconnettere il cervello.
Ancora una volta, gran parte del minutaggio è dedicato ad una conclusione strumentale, che però riesce quasi a parlare (chiunque sentisse questa parte in un'esibizione dal vivo non riuscirebbe a non accompagnare con la propria voce le grida di Brandy!), la quale presenta anche un solo di chitarra, anch'esso ben riuscito. Delle frasi recitate quasi in growl mettono la parola fine ad uno dei brani più "vecchi" del gruppo, ma sicuramente uno dei più riusciti. Trails of Tears rallenta l'atmosfera, dopo le precedenti canzoni più aggressive e veloci. Poco da segnalare: un bel pezzo, introdotto e chiuso dalla stessa linea simil-ballad, distorta, invece, nel resto del brano. Meno anonima è invece Across The Line of Time, dal ritornello più power e movimentato, nel quale Brandy dà sfogo a tutte le sue doti canore, mentre Piece trova nell'intro di questo brano la possibilità di far sentire le sue capacità al basso. Emerged e The Possessed One seguono la stessa linea dei brani di apertura del disco. Da sottolineare nella seconda la presenza di uno special guest d'eccezione, Marco Palazzi (Sailing To Nowhere), che si esibisce in un "botta e risposta" con Brandy, accompagnandolo anche nei ritornelli. Anche qui è presente l'intermezzo piratesco, che si chiude con un "effetto radio", per poi lasciare spazio nuovamente ad un ritornello conclusivo. Eccoci dunque alla ballad God Is Gone. Ritmi lenti e cadenzati, già anticipati da The Possessed One, melodie che cullano la mente dell'ascoltatore, scandite dal pianoforte di Bois e dalla batteria di Mingo, che dimostra di saper anche accarezzare le pelli. Ne esce un brano che straborda dal metal, traendo ispirazione da più generi e da più epoche. Un bel pezzo, un'arma in più per la band nelle occasioni in cui necessiteranno di una ballad. Live Together Die Alone, ispirata alla serie TV Lost (non ne mancano i richiami) riassume i caratteri principali della band, condensandoli in dieci minuti di strumentale, impegnativi ad un primo ascolto, ma piacevoli ad un orecchio abituato. Qui tutti hanno lo spazio di cui necessitano per dimostrare le proprie doti, dai "botta e risposta" di chitarra e basso ai soli di pianoforte di Bois che quasi trascendono le tipiche atmosfere piratesche per raggiungere un sound che richiama il Selvaggio West. Mingo invece, dopo essersi trattenuto in God Is Gone, rilascia qua e là dei blast beat che danno al brano la spinta necessaria per durare dieci minuti e non annoiare. In definitiva, Live Together Die Alone è un progetto ambizioso e pericoloso, ma ben scritto ed eseguito dai nostri, che dimostrano ancora una volta di saper comporre e suonare. Ultima ma non ultima, Jolly Roger, la prima canzone scritta dai Dharma Storm, peculiarità, questa, che si percepisce da una maggior semplicità rispetto agli altri brani, ma che non ne compromette la qualità, anzi, permette di intuire una certa evoluzione della band se comparata ai brani più recenti. Non a caso Immortal Crew è stata scelta per aprire, mentre Jolly Roger è stata posta in chiusura, perché, se la prima era un invito ad unirsi alla ciurma dei Dharma Storm (invito rivolto anche a chi ancora ne era totalmente estraneo), questa sembra come una dedica a chi li accompagna sin dall'inizio, a chi innalza la loro bandiera, il loro "Jolly Roger", appunto. "Not An Abyss Prey" è un disco grezzo, è la riproduzione di come suonano dal vivo i Dharma Storm, senza mezzi termini. C'è poca post-produzione, la band ha preferito presentare un prodotto che dipingesse e immortalasse il loro vero sound, quello che li contraddistingue dal 2009 e ha fatto sì che in pochi anni potessero calcare dapprima i grandi palchi di Roma, poi di tutta Italia. Forse in futuro potrebbe far bene ai Dharma Storm qualcosa di più elaborato ma per il momento, questo disco è un ottimo biglietto da visita, soprattutto per chi volesse affacciarsi sulla scena musicale.
È la dimostrazione che, con determinazione e forza di volontà, ma soprattutto con un grande legame, una band può farcela. Da un punto di vista prettamente musicale, invece, il disco segue su per giù sempre la stessa linea guida, ma non fino al punto lasciar cadere ogni brano nell'anonimato. Ne esce un prodotto di buona qualità, che contiene pezzi facilmente distinguibili, ma senza il pericolo di avventurarsi in tentativi pericolosi di sperimentazione. Ascolto questo album con la speranza (e la consapevolezza) che in futuro i Dharma Storm possano dimostrare ancor di più il loro valore e che questo non sia ancora il loro "masterpiece".


Traccia più interessante : Blackout

Sample track  - Blackout


Tracklist
1 - Immortal Crew
2 - Night Of The Burning Skull
3 - Blackout
4 - Trails Of Tears
5 - Across The Line Of Time
6 - Emerged
7 - The Possessed One
8 - God Is Gone
9 - Live Together Die Alone
10 - Jolly Roger


mercoledì 12 aprile 2017

Shadowthrone -Demiurge of Shadow

Artista : Shadowthrone
Disco : Demiurge of Shadow
Genere : Symphonic Black Metal
Durata : 38'06
Tracce:  10
Anno: 2017 

Etichetta:Zero Dimensional Records


Voto: 6.5/7

Recensionea cura di: Leonardo Palestini

Spendere due parole sugli ShadowThrone è un compito molto arduo, in quanto apprezzando molto il lavoro di Steph, ed essendo un grande fan dei suoi precedenti percorsi (vedi Theatres des Vampires), andare ad analizzare cio' che viene fuori dal suo progetto solista è un grande onore per me. Nonostante penso che a livello puramente tecnico la qualità delle registrazioni avrebbe potuto essere migliorata moltissimo (cosa che penalizza non poco questo lavoro), le idee di questo disco sono molto buone, ed esorto Steph ed il resto della band, con il pensiero che vorrei esprimere in queste righe a continuare a comporre e scrivere nuove canzoni, perché seguire quello che hai nel cuore è la cosa più bella del mondo e questi ragazzi lo stanno facendo.
" Across the open sea":  Il primo impatto non è male, chitarre un pochino "plastiche" che, però sembrano comunque andare da qualche parte, avere un giusto indirizzo.
Compare una tastiera. S'intuisce la direzione che vuole prendere questa intro, anche se per la qualità con cui è registrata è un po' troppo lunga.
La batteria segna l'apertura delle danze. Parte la opener del disco. Nonostante l'urlo iniziale sia abbastanza trascinante - forse un pochino troppo breve per essere davvero efficace - la qualità degli effetti usati durante il resto della canzone lascia un po' a desiderare. Un interludio di tastiere spezza metà il brano, che si conclude con un tripudio di strumenti, amio avviso, non troppo ben mixati e che nonostante questa pecca, hanno decisamente un loro perché.
"Faded humanity": non male come inizio. L'idea è buona. Il modo in cui, intorno al trentesimo secondo, la intro lascia spazio al pezzo in se è di un effetto davvero devastante. Peccato per le tastiere che disorientano un pochino l'ascoltatore, anche se una volta fattoci l'orecchio creano una discreta atmosfera. Il modo in cui evolve la canzone esprime al meglio la fantasia e la creatività di questa band.
"Theories behind chaos": un pezzo molto interessante. Elementi thrashy con un retrogusto a tratti doom. Molto bello anche il dialogo tra le chitarre a metà canzone circa.
Campane a morto con canti di frati aprono "Seal of Opulence".
Il timbro di questo pezzo è diverso. Di qualità superiore rispetto ai brani precedenti, si lascia ascoltare con maggiore facilità. Interessanti i riff che si alternano durante lo scorrere del suo tempo, dando quell'impressione di dark/goth metal pesante.
 "Daemonius" può rivelarsi un pezzo davvero interessante per gli appassionati del genere, anche a livello di struttura è costruito molto meglio dei brani precedenti, molto bello.
Non così, invece per  "Blazing South of Kingdom", pezzo discretamente buono in fatto di struttura ed a livello generale, ma che non da particolari spunti di riflessione. Nulla di nuovo sotto il sole.
"Total Darkness":  molto molto bella, decisamente da ascoltare. Spicca tra le altre canzoni, per la sua struttura, per come gli strumenti si alternano, per come interagiscono e per l'atmosfera che creano. "Howling Abyss" è sostanzialmente un pezzo acustico di tre minuti, merita di essere ascoltato ed è un'ottima conclusione per questo lavoro. A questo vorrei aggiungere, ripentendolo, purtroppo, che la registrazione penalizza moltissimo la qualità tecnica della composizione dietro a queste dieci canzoni, che meriterebbero molta più giustizia, sia a livello di suoni che di effetti. Questo è un grande peccato perché oggettivamente penso che il lavoro di stesura e composizione sia ottimo.


Traccia più interessante : Total Darkness

Sample track  - Faded Humanity



Tracklist
1 - 1. Across the Open Sea
2 - 2. Demiurge of Shadow
3 - 3. Faded Humanity
4 - 4. Theories behind Chaos
5 - 5. Seal of Opulence
6 - 6. Daemonius
7 - 7. Disciples of the Dark Master
8 - 8. Blazing South of Kingdom
9 - 9. Total Darkness
10 - 10. Howling Abyss


giovedì 23 marzo 2017

Afasia-Nelle vesti del mio ego

Artista : Afasia
Disco : Nelle vesti del mio ego
Genere : Prog Rock / Metal
Durata : 61
Tracce:  6
Anno: 2017 

Etichetta:Nessuna


Voto: 8.5

Recensionea cura di: A.Hunt

Un lavoro malinconico e rabbioso, denso di emozioni ed atmosfere particolari. Parliamo di "Nelle vesti del mio ego" dei concittadini Afasia. Caratteristiche, queste, che solitamente è più facile trovare in generi come il doom o il gothic ma che la band è riuscita a proiettare nel prog rock, mescolando sapientemente il tutto ad una dose di romanticismo mai banale o stucchevole. L'audacità di questi ragazzi, che li porta a suonare un genere in cui ormai sono rimasti in pochi a credere, ci regala anche un disco ad alta fruibilità, dal punto di vista linguistico e culturale, essendo cantato interamente in italiano - ad eccezione di qualche gustoso inserto nell'idioma d'Albione. E' anche grazie a questo, che l'ascoltatore nostrano può facilmente diventare spettatore. Si, perchè gli Afasia riescono a rendere in maniera quasi cinematografica l'idea racchiusa nel concept. Una storia di disperazione, amore e rabbia, che sembra svolgersi nella mente di un internato, il quale vede l'oggetto del proprio amore subire la sua stessa sorte, neanche troppo sicuro della sua esistenza, costretto a subire i trattamenti medici da quelli che, ai suoi occhi, sono aguzzini. Pura poesia. Questo disco, mi ha portato più volte a premere il tasto play, nonostante la lunghezza di alcuni brani, che comunque sembrano durare davvero molto meno - il che denota la qualità della composizione. Oltre a rispecchiare particolarmente i miei gusti personali, questo lavoro presenta alcuni elementi davvero pregevoli ed abbastanza insoliti nel panorama nazionale. In primo luogo la mescolanza di generi, anche discordanti ma che fluiscono in maniera davvero piacevole e ben amalgamata. Davvero pregevoli gli arrangiamenti di tutto il disco e la qualità dell'esecuzione generale. Una particolare nota di merito, però - non me ne vogliano gli altri - la vorrei rivolgere alla scelta della voce. E' una voce insolita per il genere. Particolarmente melodica e rivolta anche ad un panorama più vicino al pop. Timbrica ed estensionedavvero notevoli. L'unico neo che ho trovato in questo disco degli Afasia, riguarda proprio la voce ed in particolare l'utilizzo del De-Esser. E' un aspetto che in futuro, potrà essere migliorato parecchio, dato che questo disco è stato interamente autoprodotto. Purtroppo, lo rende poco competitivo sul mercato, dal punto di vista della qualità dell'audio. Non mi stupirebbe però, una riedizione in veste migliorata ad opera di qualche discografico illuminato, perchè questi ragazzi promettono davvero bene. E' dunque più che opportuno passare ad una disamina tecnica - o comunque più specifica - del disco. Si parte con l'eponima "Nelle vesti del mio ego", che si apre in maniera molto dolce. Una nenia malinconica di campanelle, prelude l'arrivo di chitarre elettriche e cori lirici sincopati alla "carmina burana" - che ritroveremo in più punti nella traccia - accompagnati da un tumulto crescente di basso e batteria. Sarà proprio la batteria, subito dopo, a cambiare marcia a più riprese ed in maniera molto fluida, senza "strappi". Come già detto, una voce molto melodica e piacevole comincia ad intessere il racconto che proseguirà per tutta la durata del concept. Molto interessante anche la scelta dei suoni di sintetizzatore, che riprende l'ambienza tipica del prog anni 70, senza però risultare desueto. Bellissimo il cambio di tempo e d'intenzioni al minuto 5:20. Si cambia ritmo esattamente un minuto più tardi, con un gustosissimo inserto in inglese, rabbioso e potente, inframezzato da musica e cantato tranquilli, quasi a sottolineare l'incoerenza della mente di un pazzo, vista dal di fuori. Dopo un interludio davvero in pieno stile prog anni 70, il brano termina riprendendo la melodia principale e chiude il cerchio riprendendo i cori iniziali, raccontando ed "inscenando" la somministrazione di farmaci ed il termine dell'effetto. Si passa a "la grazia di Andromeda", speranza e passione del protagonista, che svela a dispetto di quanto promesso dalla prima traccia, un'animo da Don Quichotte, anelando la presenza della sua Dulcinea, della cui esistenza non può essere sicuro. Arrivati ai tre quarti del brano, esplode uno degli assoli più belli che io abbia sentito nella scena emergente romana, negli ultimi cinque anni e che prelude ad una intensificazione del brano. Come per il primo, l'outro di questo, si sposa perfettamente con l'intro di "grida dall'ade". Terzo dei sei brani che troviamo in questo concept e che sposta il tiro, dalla speranza alla disperazione, aprendo con un fondo di synth ed un lieve solo dal sapore ispanico / mediorientale. Anche qui, la durata effettiva del brano è molto più lunga di quanto non sembri. Sembra che questi ragazzi siano affogati piacevolmente nel mare del prog, non disdegnando chiari riferimenti agli Area, ma anche attingendo a piene mani da artisti come De Lucia, in alcuni punti. Bellissimo il gioco di armonici, sotto al cantato. Esecuzione davvero pregevole, il brano racconta la disperazione del protagonista, impotente d'innanzi alle cure subite dalla sua amata, che ai suoi occhi sembra essere torturata da demoni malvagi. Inutile parlare di quanto siano efficaci i vari cambi tempo, che raccontano perfettamente il tumulto di rabbia e disperazione di un siffatto osservatore. Terminiamo il brano con la determinazione del Nostro, a vincere i suoi "nemici" ed a portare via dall'inferno la prorpia amata. Ritengo opportuno non snocciolare la seconda ed ancor più interessante parte del disco, perchè questo è davvero un lavoro che va ascoltato col fiato sospeso. Gli Afasia, riescono a proiettare l'ascoltatore in una dimensione dalla quale chi rientra nei canoni della fantomatica "normalità" è solitamente avulso, mostrandogli al contempo sia ciò che è dentro la mente del protagonista, sia ciò che è fuori. E' proprio questa dicotomia a regalarci la possibilità di comprendere la differenza di percezione fra i "sani" ed i "pazzi", rendendo questo disco un lavoro profondo e davvero importante dal punto di vista culturale. Chitarra e basso semplicemente perfetti, accompagnati da una batteria sanguigna e davvero poliedrica. Anche le tastiere giocano un ruolo fondamentale, nel disegnare l'ambientazione del racconto. Tutto è semplicemente al suo posto. Nessuno strumento sovrasta o sminuisce gli altri. La band dimostra di saper focalizzare l'attenzione sul "prodotto" piuttosto che sulla bravura del singolo. Consiglio: Acquistatelo, anche se non siete amanti del prog, perchè contiene moltissimi riferimenti ad altri generi e soprattutto perchè è un disco capace di far ragionare (cosa nella quale ormai non speravo più)


Traccia più interessante : La valle delle ruote meccaniche

Sample track  - Promo


Tracklist
1 - Nelle vesti del mio ego
2 - La grazia di Andromeda
3 - Grida dall'Ade
4 - Perseo
5 - La valle delle Ruote meccaniche
6 - Nelle vesti del mio ego Pt.2


martedì 14 febbraio 2017

Dreariness-Fragments

Artista : Dreariness
Disco : Fragments
Genere : Blackgaze/Depressive Black Metal
Durata : 58'
Tracce:  7
Anno: 2016 

Etichetta:Nostalgia Productions


Voto: 8.5

Recensione a cura di: MARCO DURST

"I grandi poeti, i filosofi, i profeti sono esseri che grazie al puro e libero esercizio della volontà pervengono a uno stato nel quale essi sono al contempo causa ed effetto, soggetto e oggetto, ipnotizzatore e sonnambulo." (Charles Baudelaire)
Se tradotto musicalmente, questo aforisma non è altro che la radice di un album perfettamente realizzato da una band che ha il suo regno nel mondo dell'emotività, il quale racchiude ogni singola emozione e sensazione che l'animo umano possiede, donando forma ad ogni nota.
L'album in questione è l'elegante "Fragments", soavemente realizzato dalla suddetta band romana Dreariness:
tre elementi spirituali formano questo arcano progetto, eretto dalla voce di Tenebra, dalla chitarra, basso e campionamento di Gris, e dalle percussioni di Torpos; un trio che spazia dal blackgaze al depressive black metal in maniera raffinata, dando vita a scenografie mentali prive di eguali come il già citato "Fragments". Si leva leggiadra la notte in questo paradiso artificiale con "Starless Night": fluttuando tra le nuvole colme di impalpabili note, ci si addentra in una soave dimensione di quiete; il percorso che accompagna l'ascoltatore ad incontrare l'angelica voce di Tenebra, che muta costantemente tra un vaporoso canto e solidi black scream, danzando con le armoniose note di una signorile band. L'immobile luna concentra la sua fioca luce su "The Blue", che si mostra elegantemente al suo cospetto, donandole sonorità colme di sentimento e i malinconici canti di un angelo in pena; la ritmica, non eccessivamente aggressiva, contorna con classe un accompagnamento strumentale idilliacamente strutturato, pigmentato dai romantici colori cupi di una frontwoman eccezionale. Ci si perde osservando le dolci tenebre danzanti, che come ombrose fiamme vengono alimentate dall'atmosfera di "Essence"; un pezzo degno del suo titolo, nel quale viene disegnata la vera essenza della band. Impossibile non rimembrare l'intramontabile 'Sopor Aeternus ; The Ensemble Shadows' ascoltando l'inquietante voce piangente di Tenebra che, grazie ad una base strumentale incredibilmente colorata, dipinge un quadro sonoro unico.

C'è una sottile linea che separa l'inferno dal paradiso, priva di spessore e visibilità: "In The Deep Of Your Eyes" interpreta quella linea; un' unione sonora e spirituale che volteggia leggiadra tra le mura di una struttura strumentale dolcemente cupa, realizzata dalla melanconica energia vocale di Tenebra che riesce a piantare i piedi nel suolo dell'inferno, e allo stesso tempo e nello stesso spazio, tendere una mano e toccare il paradiso.
Si entra in un elegante stato di trance ai primi arpeggi di "Somnium", introdotta dai sussurri della cantante quieta, prima di sgorgare in una foce di dolore con scream degni della migliore scena black. Lunghe note fanno da penna su questo foglio chiamato Musica, sul quale la band imprime le proprie emozioni, dando vita a pezzi di ineguagliabile bellezza come questo. La nebbia di "No Temporary Dreams" viene sollevata da un pregevole pianoforte, seguito da un ambient travolgente e una voce maschile che apre una porta nella mente dell'ascoltatore, nella quale pensieri ed emozioni varcano la soglia dell'inconscio, andando a toccare le corde dell'anima: un intervallo emotivo. Le onde del mare dell'irrequietezza si infrangono contro i prorompenti scogli di emotività, sui quali "Catharsis" osserva questo oceano ansioso, meravigliosamente dipinto negli occhi dell'anima. In questo pezzo il depressive black possiede l'intera band, che fondendosi in un unico spirito, rivela il finale di un album spettacolare, con una scenografia sonora colma di imponenti sfaccettature e rovente emotività.

Personalmente, i Dreariness hanno mosso qualcosa nel mio animo; le loro meravigliose note sono riuscite a scavare nel mio IO più profondo, possedendo e trasportando la mia mente per l'intera durata dell'album. "Fragments" è un capolavoro di emotività musicale, egregiamente realizzato e con una struttura a dir poco perfetta. L'intero disco è un percorso nel quale addentrarsi, un mare di energia nel quale potersi immergere per galleggiare dolcemente tra le onde della musica dei Dreariness.


Traccia più interessante : In The Deep Of Your Eyes

Sample track  - Essence



Tracklist
1 - Starless Night
2 - The Blue
3 - Essence
4 - In The Deep Of Your Eyes
5 - Somnium
6 - No Temporary Dreams
7 - Catharsis


lunedì 30 gennaio 2017

ADE-Carthago Delenda Est

Artista : ADE
Disco : Carthago Delenda Est
Genere : Death Metal
Durata : 46'
Tracce:  10
Anno: 2016 

Etichetta:Xtreem Music


Voto: 8

Recensionea cura di: MARCO DURST

Non c'è molto da spiegare quando si parla degli ADE.
I centurioni romani fanno parlare di loro sin dall'inizio della propria carriera (2007). La band del centro italia, che ha già dato alla luce ben due EP e tre Full Length rendendosi un punto ben radicato per i fan del genere, ci allietano l'animo regalandoci il loro ultimo lavoro: "Carthago Delenda Est", reso pubblico a Luglio 2016. Inutile affermare l'impatto sonoro che gli ADE ci regalano con questo ultimo successo. Dopo averlo ascoltato, risulta impossibile non poterlo ricapitolare! L'album si apre egregiamente con la title track "Carthago Delenda Est": l'intro temporale riporta indietro nei secoli la mente dell'ascoltatore, suscitando un senso adrenalinico che si scatena alle prime sonorità di un prorompente death; Una track colma di energia, incorniciata in un quadro artistico esemplare. Parte in quarta "Accross The Wolf's Blood", con un terremoto sonoro degno di nota che frantuma il muro della quiete, espandendo gli orizzonti dell'estremo ed elargendo una corposa struttura strumentale priva di eguali, colpi di scena ed arricchimenti scenografici senza sosta! Il vento di "Annibalem" soffia possente, sfiorando idealmente l'animo del pubblico: una intro canora orchestrale spalanca le porte ai mordenti riff della death-band romana. Impressionante è il modo in cui questi ragazzi riescano ad accostare diverse sonorità, mescolandole in pochi minuti di track, realizzando un pezzo del genere. Il maestoso barrito di un elefante porta con se l'imponente "With Tooth And Nail": impossibile descrivere l'incredibile prestanza sonora di questo pezzo, enfatizzato da una ritmica leggermente rallentata che evidenzia ogni singolo strumento della band, contornata dai profondi suoni orchestrali che accompagnano la nobile dote canora del frontman:
pura adrenalina.
Le nuvole stipate di rovente death accompagnano "Dark Days Of Rome", provocando un corposo rovescio sonoro e facendo straripare il fiume dell'energia musicale; l'impatto sonoro del pezzo è eccellente, senza contare le profonde vibrazioni emanate da un percussionista posseduto dal demone del metal. Il riff introduttivo di "Scipio Indomitus Victor" dona un leggiadro tocco d'eleganza alla track, togliendo delicatamente il velo che copre il seguito del pezzo e scoprendo l'imminente vitalità che ha in serbo per il pubblico; 4:56 minuti di puro movimento! L'impalpabile intro marittima di "Mare Nostrum" disegna un idilliaco quadro sonoro nella mente dell'ascoltatore, prima che un oceano di infinita possenza musicale si trasformi in uno tsunami di riff e ritmiche eclatanti, trascinandosi dietro eterni suoni orchestrali che rendono questo pezzo una perla nell'intero album. Una massiccia dose di adrenalina viene iniettata nelle vene di un pubblico estasiato con "Zama: Where Thusks Are Buried", che collassa in una sonora overdose; la teatralità della track si accosta magnificamente al corposo death della band, nel conempo in cui la storia viene narrata dall'influente voce del frontman. L'autorevole sound di "Excidium" inonda l'udito degli ascoltatori, penetrando fino a far vibrare le corde dei loro animi pronti a danzare sotto le ritmiche di questo pezzo brutalmente spinto; Inconfondibile la tecnica di questi ragazzi, che maneggiano il classico death metal, arricchendolo con le loro emozioni. L'imponente viaggio si conclude con l'energia sprigionata da "Sowing Salt", che con un basso esemplare e una massiccia composizione ritmica, saluta il pubblico in maniera a dir poco perfetta. Le radici degli ADE sono ormai profonde e ben salde nel terreno della scena underground romana. Con "Carthago Delenda Est" la band dimostra che Roma, oltre ad aver iniziato la civiltà, ha dato vita ad un successo che nei tempi si è dimostrato degno di tale nome. L'Italia è simbolo di storia, cultura e conoscenza, sinonimi di una reputazione priva di eguali nel mondo. Con il progetto di questi ragazzi, ed in particolar modo di questo album, gli ADE mostrano al pianeta la loro preparazione, le loro tecniche e la loro inventiva, tenendo alto il nome del Metal italiano, lanciando nel globo i semi di un armonioso futuro per la nostra scena nazionale. ADE: orgoglio italiano.


Traccia più interessante : With Tooth and Nail

Sample track  - With Tooth and Nail


Tracklist
1 - Carthago Delenda Est
2 - Across the Wolf's Blood
3 - Annibalem
4 - With Tooth and Nail
5 - Dark Days of Rome
6 - Scipio Indomitus Victor
7 - Mare Nostrum
8 - Zama_ Where Tusks are Buried
9 - Excidium
10 - Sowing Salt


venerdì 27 gennaio 2017

Witches of Doom-Deadlights

Artista : Witches of Doom
Disco : Deadlights
Genere : Ghotic/stoner/Neutro
Durata : 44
Tracce:  9
Anno: 2016 

Etichetta:Sliptrick records


Voto: 7.5 

Recensionea cura di: A.Hunt

Oggi ci fa compagnia il nuovo disco degli Witches of Doom. Partiamo subito col dire che se vi aspettate il metal classico o siete dei "defenders of true metal" questo disco non fa assolutamente per voi.Però partiamo anche col dire che è un disco che sicuramente ha un gran potere: Quello di dividere le opinioni. In effetti, con questo lavoro, sembra che gli Witches of Doom si siano orientati su un pubblico decisamente meno nazionale e sicuramente più avvezzo a sonorità variegate, meno dure. L'lp consiste infatti di una tracklist molto radiofonica, che si scosta anche leggermente dalla strada che la band aveva intrapreso con il suo primo lavoro. Si mantiene su pezzi sempre molto orecchiabili e soprattutto cantabili, senza però lesinare qualità. E' dunque un disco non molto energico, come del resto quasi tutto ciò che si accosta allo stoner, ma comunque ben fatto e sicuramente ben concepito. Lo si evince senza scavare troppo a fondo, considerando la facilità con la quale le melodie riescono a rimanere nella testa dell'ascoltatore. E' altrettanto evidente, come nel proprio movimento verso un genere meno definito da quello del lavoro precedente, la band si lasci contaminare senza remore da altri stili. In tutta onestà, non posso dire che questa sia un'opera magna (almeno per quanto riguarda il mio gusto personale). Sicuramente però è un disco che vale la pena di ascoltare almeno un paio di volte, per capirne tutte le sfaccettature. Come unica pecca del lavoro, ho trovato una certa ripetitività nella struttura dei brani, la qual cosa porta il disco a non avere un climax effettivo. Pregi, invece, ne ho trovati diversi. Alcuni, come la sopra citata capacità di lasciasi contaminare ma anche la fruibilità che questo riesce a portare al disco. Volendo, sarebbe possibile estrapolare ogni brano che compone la tracklist e farne un singolo, di sicuro successo, almeno su emittenti alla "Radio Rock", per capirci. E' poi un disco molto equilibrato e dall'ottima qualità del suono. Ogni volume è al suo posto, senza sovrastare gli altri. La voce assume un ruolo più dominante, a mio avviso proprio perchè il disco è destinato ad una fetta di pubblico non necessariamente infognata nel metal o che, comunque, non disdegna l'ascolto di cose più "soft". Apre il disco "Lizard Tongue", con dei suoni sintetizzati abbastanza insoliti nell'ambito rock/metal, ma comunque molto interessanti, salvo poi esplodere in una batteria netta e cadenzata. Molto piacevole il ritornello aperto, vicino al rock dei 2000, o comunque ad una sorta di evoluzione dello stoner. Cinque minuti che scorrono davvero molto in fretta, a sottolineare la buona stesura del pezzo. Segue "Running with the wolves". Apertura con riff cantilenante e ripetuto, quasi a voler ipnotizzare chi ascolta. Anche qui, di metal ce n'è poco. C'è però molto più "suono". In generale, continua sull'impronta della traccia precedente, pur rappresentandone una variazione sostanziale, sia per ritmi che per scelte stilistiche ed arrangiamenti. Ritornello dal sound abbastanza morbido, che mette in evidenza la particolarità della voce di Danilo Piluddu. Morbido ma al contempo, accorato ed accattivante. Il pezzo si chiude con una bella ed inaspettata variazione sul tema. Interessanti i suoni delle tastiere. Deface Ci addentriamo in un ambito un po' più tagliente.Non particolarmente emozionante il motivo d'apertura, che rimane abbastanza interessante dal punto di vista dei suoni. La linea del pezzo, a dispetto dell'incipit, è abbastanza morbida e sussurrata, con una voce quasi crudele. Emerge nel bridge una batteria davvero sanguigna, che il drummer Andrea Budicin sa utilizzare con disinvoltura, quando serve.Anche qui un ritornello molto aperto ed accattivante, anche se decisamente lontano da quella che è l'accezione classica del metal (il che non è necessariamente un difetto). Molta cattiveria vocale nel bridge. Pezzo davvero radiofonico Winter is coming Apertura morbida che in qualche modo ricorda i depeche mode. Qui le sfumature della voce di Danilo si colgono molto bene. Belli i cori ed un basso davvero notevole, nonostante la semplicità dei giri. Ritornello aperto. Homeless mix Finalmente arriva un pezzo bello scuro, almeno nell'intro, inframezzato da una coralità di strumenti che seguono i colpi della batteria. Continua con un basso cadenzato sui toni alti, senza chitarra, per buona parte della strofa. Si aggiungerà nella seconda metà, in cui la voce di Danilo e la batteria si incattiviscono, prima di un ritornello aperto ma accorato, che prosegue con un bel doppio pedale su accordi aperti. La cadenza iniziale, ritornerà in tutto il pezzo. Sbagliato il tiro sull'apertura della seconda strofa, che ricomincia senza chitarra, dopo un ritornello abbastanza pieno. Si svuota un po'. Pezzo molto interessante nonostante questo, soprattutto dopo la seconda metà della canzone, in cui si prendono delle sonorità più elettroniche e parte un assolo molto western, ma comunque scuro. Semplice ed essenziale, senza profondersi in tecnicnicismi inutili, se non nell'ultima parte, dove comuqnue la chitarra di Federico Venditti rimane di un'ottima fruibilità. Black voodoo girl Torniamo su sonorità decisamente più vicine allo stoner, con questo pezzo che comunque, pur gettando un'atmosfera diversa, si mantiene sulla stessa struttura degli altri brani, salvo per il ritornello che, a differenza degli altri brani non è molto aperto. Bello lo stacco di piano fra il primo ritornello e la seconda strofa, che riparte in maniera sostanzialmente migliore, rispetto agli altri pezzi. Qui c'è molta continuità ed è tutto un crescendo, che si risolve in una brusca interruzione, al minuto 2 o giu di li. Ottimo stratagemma per suscitare un'inaspettata reazione nell'ascoltatore. Mater mortis decisamente più ritmata, pur mantenendo la classica intro che c'è in tutti i brani, qui si usano delle belle ritmiche che tendono al pesante. Questa strumentale, a mio modesto avviso, avrebbe potuto essere stata snocciolatoa prima, nella tracklist. Abbastanza breve ed altrettanto intensa, forse poteva essere utilizzata come punto focale del disco Gospel of war Prosegue sull'ondata stoner. Senza il calo dopo l'intro, apre con una voce grattata ed un riff davvero niente male. Anche questo pezzo, leggermente più duro ed affilato degli altri, rimane molto fruibile soprattutto sui cambi stilistici, che ricordano molto più un rock and roll dal sapore scuro, mantenendo chiari richiami ad un periodo abbastanza ottantiano Chiude il cd "I don't wanna be a star". Rimembranze doors, per questa ballad dalle tonalità medio basse. Alcune aperture leggermente influenzate dal blues, non mancano certo di farsi sentire. Molto interessante il brevissimo inserto parlato, che prelude alla ripartenza della strofa. Qui si, l'assolo è veramente molto molto anni 70, quasi nostalgico di un lato oscuro di woodstock. Malinconico, termina su un cambio ritmico cavalcato davvero molto gradevole. Il pezzo si chiude in maniera molto particolare, con delle triplette bluesy e la tastiera in fade out. Dissonanze evidentemente ricercate sulla chiusura del disco. In conclusione, non posso che ribadire ciò che ho scritto più in alto. Se siete dei defenders, non comprate questo disco. Se invece siete persone aperte ad altri generi, che si discostano anche di molto dal metal, allora ve ne consiglio caldamente l'acquisto.


Traccia più interessante : Deface

Sample track  - Lizard Tongue


Tracklist
1 - Lizard Tongue
2 - Running with the wolves
3 - Deface
4 - Winter is coming
5 - Homeless mix
6 - Black voodoo girl
7 - Mater mortis
8 - Gospel of war
9 - I don't wanna be a star